Leggend...wait for it...ARY
giovedì, 17 gennaio 2008
The memoris's painting

DI solito perdo tempo a scrivere storie e racconti brevi, senza pretendere che sia il dio della scrittura, ma è un gustoso modo per avere una scusante quando non ho studiato "beh scrivevo"


qualcosa del genere

ogni tanto ne posterò una, se poi avete pure il coraggio di leggerle chapeau

se avete il coraggio di leggerle poi mi potete pure criticare a sangue, terrò a freno il mio ego geneticamente pompato.

The memorie’s painting

 

A Campo Vampiro è freddo una cifra quando arrivo, niente di nuovo, mi muovo nel sonno, sono ancora troppo stanco per ricordarmi se sono venuto qui con una motivazione un minimo decente.

Ho le gambe intasate di acido lattico, sarei rimasto ben volentieri a casa se non fosse per il mio coinquilino che sta imbastendo il pavimento di bustine di preservativi con l’ultima tipa incontrata su internet.

“Tipa” è il concetto più profondo che ha saputo usare per etichettare le donne che porta a varcare l’infinito disordine della nostra testa che puntualmente riflettiamo, al di fuori di noi, nelle 4 mura della nostra camera. L’ultima è una specie di viveur edonista cultrice di un karma che dice non essere suo ma di qualche abitante di una necropoli scomparsa prematuramente, dei suoi discorsi ricordo solo le parole che sono riuscite a passare negli sfinteri della mia noia nei piccoli pertugi di attenzione distratta.

“Quando ero piccola tentai il suicidio bevendomi i profumi di Hello Kitty”

Emozionante.

La mia faccia continuava a palesare finto interesse, la testa era in confusione, dispersa nei racconti alla rinfusa che giostravo fra meningi e sinapsi sui contesti che mi stavo trovando a vivere.

Fra i tanti il mio acido lattico e Campo Vampiro erano annoverati ma non consequenziali.

 

E’ notte, è note, e no, te non capirai nessuna delle parole che io potrei essere qui a regalarti. Guarda, alla fine siamo solo parole, racconti cromatici, e no te non sentirai le note di questa notte…

Ho ancora gli occhi incrostati di gente quando mi fermo davanti al tuo viso, ti stai accendendo la sigaretta nel momento esatto in cui sto dando il mio ultimo tiro e su questa cosa mi chiudo più del dovuto.

“Ti muovi strano”

“In questo momento le gambe sono la cosa più inutile che ho portato”

“Lo sai cosa intendo”

No, non lo so cosa intendi, hai questa mania di giocare troppo con il “senso”, probabilmente fino ad adesso sono il più bravo a seguirti ma non siamo abbastanza empatici come credi e lo sai, o forse sai benissimo che io faccio lo stesso gioco tuo e parliamo diversamente delle stesse cose.

“Se vuoi fingo”

E la sigaretta sfila fumo .

“E’ perché fingi, che io e te siamo qui”

“L’aria da noir è essenziale al contesto?”

“L’aria….” E torni muta

E la sigaretta sfila fumo

“Ho corso ininterrottamente per un’ora nel centro intasato di gente ieri”

“Non pensavo avessi il fisico…”

E la sigaretta sfila fumo

“Non lo pensavo neppure io, e oggi ne ho la conferma, pensavo mi chiedessi il perché però”

“Avrai vinto l’ennesimo gioco con i ricordi di quel tuo foglio giallo”

Sto zitto, non capisco se mi sto stupendo, o se sto solo ascoltando l’aria.

E la sigaretta sfila dalle dita e cade..

“Vieni, ormai sei qui tanto vale andarci”

“Adesso? Avrei pensato che ci sarebbe stata un’attesa più lunga, ma ho capito che ne sai più di quante avrei voluto o forse semplicemente pensato, quindi smetto di essere così scosso da qualcosa.”

“Faresti meglio per ora”

“Per ora?”

“Si” e torna muta…..

 

Ero fermo nel parchetto di una piazza, i palazzi vagamente anni 60, i fili delle antenne danzano al ritmo del vento del tempo che cambia, i fili delle antenne che cadono vertiginosamente per decine di metri dai tetti, sfiorando i vasi sfioriti, i fili che cadono verso le stanze.

Pioverà.

Si domani ci andrò, domani posso pure farlo, sarà inutile forse, sarà solo una spuntatura in più nei miei ricordi, qualunque cosa sia domani ci andrò.

Fisso una nuvola, quella più bassa, quella più scura e allungo la mano verso di lei, ne prendo il bandolo e comincio a sfilarla lentamente costruendomi in mano un gomitolo; in cielo, per un attimo, riappare una pagina di cielo terso. In pochi secondi ho sfilato tutta la nuvola, è di una consistenza simile allo spago, sinceramente non me lo aspettavo. Poi comincia a piovere lentamente, non c’è nessuno vicino a me, nascondo il bandolo di nuvola nello zaino, perché non gli venga invidia a non poter partecipare al concerto, e intanto quella scende più forte.  Alzo la testa con le gocce che mi suonano il viso e mi scendono dentro i sogni che sto leggermente lavando via, dura poco, quello che basta a far pensare che, alla fine, non sia successo nulla, a far pensare che non sono poi così strano, a farmi chiudere gli occhi…

Poi ho cominciato a correre…

 

Campo Vampiro è più grande di come potevo immaginare, forse è solo un effetto strano, shaker di notte pensieri e foglie, non saprei, però continuo a camminare a fatica dietro di lei, tergiversando con il terreno bistrattato e le mie gambe, protesi d’inutilità.

“E’ tipo lontano?” chiedo

“E’ tipo che hai 8 anni?”

“Era una domanda”

“Anche la mia”

“ E ti chiami Denise”

“TI sembra così strano?”
“Lo sai che è strano”

“No, è così per te, e neppure dovrebbe, alla fine lo sapevi”

“Lo sapevo? ho solo scritto dei ricordi”

“Che ora hai”

 

A otto anni il mondo non ha senso, e solo filtrato dalle parole e dalle immagini da quello che vogliono che tu veda e da quello che vedi e non è vero, fino a che la prima versione propende sulla seconda e tu non sei più un tuo pensiero ma uno strano prodotto creato da infinite possibilità e mille limitazioni.

A otto anni ho cominciato ad avere paura di questo, e non so se questa idea che avevo era la mia versione o quella filtrata che prendeva il sopravvento, ma avevo paura.

Mia madre aveva un cassetto bruno chiuso con un nastro verde nella sua scrivania in camera, mia madre non me la ricordo, quella camera non me la ricordo, ma ho la mia visione di me che apre il cassetto come se mi vedessi da fuori della finestra.

Nel cassetto c’era un foglio giallo e basta.

Se ci ripenso ora, con serietà non ci vedrei nulla di strano, a otto anni rimasi stupito davanti a quell’immagine, presi il foglio, chiusi il cassetto, dimenticai mia madre, dimenticai quella stanza.

A otto anni ho scoperto di aver paura di perdere le cose non vere che vedo, ho cominciato ad aver paura di perdere dei ricordi che non avrei mai più potuto vedere nel momento che sarei cresciuto nella “loro” versione dei fatti.

Ho cominciato a scrivere i miei ricordi che non ho, e che non avrei mai avuto.

A volte erano frasi senza senso, ricordi obliterati come impossibili, come quando non ti torna in mente bene un fatto.

A volte erano strani fatti che crescendo nella mente svanivano nella realtà troppo assurdi per metterli in pratica.

Il quinto era un nome, Denise.

 

Denise l’ho incontrata nel caso, mi sono fermato a guardarla per strada davanti ad un acero mentre organizzavo pensieri alla rinfusa, non sapevo neppure di osservarla, avevo scollegato le retine.

“Io sapevo che mi avresti guardato in quel momento” m’interrompe mentre la penso.

“scusami?”

“Siamo quasi arrivati comunque”

Una sorta di edificio costruito dentro una piccola collina, tipo una miniera, entriamo; anche questo non lo ricordo e l’ho scritto, i ricordi che non ho continuano ad affiorarmi tutti insieme, lentamente in questi giorni fino ad arrivare ad ora che mi subissano l’anima.

“Mentre correvi cos’hai trovato?”

“Non lo so, avevo il ricordo della mia corsa prima di farla, e ho visto è fatto ciò che mi ricordavo, quando mi sono fermato ho pensato che sarei venuto qui”

“qual è l’ultimo ricordo?”

“Grigio favola, dopo posso anche perdermi” ormai ne parlo come se fosse la mia cosa più naturale, come se questo fosse la mia cosa più naturale.

“Siediti, torno subito”

 

Sono rinchiuso nel mio aborto spontaneo di realtà, la pelle si adatta al contesto, se tutto questo fosse veramente passato così in fretta non avrei incrociato le braccia in attesa senza muovere le mani per disegnarmi come doveva realmente esser colorato il tempo, ora comincio a segnarmi l’aria.

Negli spazi creo un folletto, il mio pensiero migliore, c’è l’ho davanti nella sua forma d’aria, quando Denise mi compare davanti agli occhi, non me ne accorgo, ma ingloba la figura alla perfezione.

“Hai perso buona parte della tua infanzia, e ti difendevi giocando a inventare metamorfosi per dimenticare ciò che avevi intorno, per recuperare quello che ti hanno obbligato a obliare, e lì in mezzo hai trovato l’unica cosa che aveva un senso e colore, e hai cominciato a scrivere”

Scarabocchiavi quello che sentivi più reale ed essenziale per te, non c’è motivo per cui tutto questo sta accadendo, cercavi i tuoi ricordi ed essi ti si stanno regalando, perché tu possa mettere pace a quella tristezza di fondo che hai caricato di varie tonalità per potervi sopravvivere.”

“E dom…”

“E domani” m’interrompe “Io sarò ancora qui, e tu sentirai che ora le cose fanno meno male, tu aspettavi di potermi avere come un ricordo perpetuo, ti stai accorgendo ora che sarà così, mentre mi stai fissando davanti a quell’acero, ora che mi presento e ti dico come mi chiamo e ti ricordi di quel foglio giallo, ora che ti ricordi che c’era scritto “una meta, la pioggia, una meta, correvo” ed è esattamente quello che hai fatto ieri, ora che ti ricordi che c’era scritto “finirà tutto, salendo su un acero, finirà tutto, comincerò a vedere”,ora che ti ricordi tutto quello che hai scritto, ora che ti stai semplicemente accorgendo che in quel foglio giallo non ci sono segnati ricordi, ma c’è scritta questa storia, che l’hai sempre saputa a memoria e non l’hai mai voluta ricordare, eccola, qui fermo a fissarmi, a sentire il mio nome la stai rileggendo tutta.Un foglio cominciato a otto anni con due sole parole, E’ notte… e lasciato li, un foglio ripreso anni dopo, compilato in una sola notte, un foglio dimenticato perché era una speranza.Capisci quanto è assurdo, capisci quanto è reale. Quando mi dirai dall’altra parte della realtà dove mi stai conoscendo “scusa mi ero solo distratto sul tuo nome” e cominceremo a conoscerci”

 

Non mi ascolto più e ti guardo in questo luogo dove mi hai portato, dove ti ho portato, dove mi sono portato, dalla tasca prendo dello spago, lo sfilo, la nuvola comincia a ricomporsi e nascondere lentamente tutto.

 

Grigio favola, ora posso anche perdermi.


 

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inchiostrato col sangue da: piccolaiena84 in un momento che non aveva un caBIP da fare verso le 12:45 | link | commenti (6) | categoria: racconti

Commenti
#1   17 Gennaio 2008 - 14:03
 
autostima...autostima...auto....mhhh....mi pare di ricordare una parola simile....
sei una piccola iena anche tu?:) o..."solo se conviene"?;)

il film è carino, si
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#2   17 Gennaio 2008 - 19:46
 
ma tu mi stupisci!
non so se mi piace di più il dialogo o la descrizione del ricordo...
solo 2 parole
mi piace
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#3   17 Gennaio 2008 - 19:49
 
che poi è visionario...io me lo immaginavo quasi fosse un fumetto
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#4   18 Gennaio 2008 - 12:56
 
"La mia faccia continuava a palesare finto interesse"

non era forse meglio dirlo,
o prendere ed andare via, piuttosto che restare lì a sentire stronzate?

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#5   19 Aprile 2008 - 23:46
 
Già, io mi faccio pubblicità, e anche tu, hyena, eh? Bravo bravo...

Comunque ho letto questo tuo robo, nient'affatto male sai, anzi...
Due parti su tutte mi hanno colpito:"A otto anni ho scoperto di aver paura di perdere le cose non vere che vedo, ho cominciato ad aver paura di perdere dei ricordi che non avrei mai più potuto vedere nel momento che sarei cresciuto nella “loro” versione dei fatti."
Fico. E poi:"Fisso una nuvola, quella più bassa, quella più scura e allungo la mano verso di lei, ne prendo il bandolo e comincio a sfilarla lentamente costruendomi in mano un gomitolo; in cielo, per un attimo, riappare una pagina di cielo terso. In pochi secondi ho sfilato tutta la nuvola, è di una consistenza simile allo spago, sinceramente non me lo aspettavo..." ecc. ecc.
Un pò criptico nel complesso, devo rileggerlo però.
utente anonimo

#6   24 Aprile 2008 - 11:01
 
Ebbene, si. Sono Lucio, Matte Kudasai, Sire, come vuoi chiamarmi tu. Mi dimentico sempre di firmarmi...
Però c'è comunque il link dell'URL del blog. Qualunque cosa voglia dire quest'accozzaglia di inglesismi tecnologici che ho appena scritto...
utente anonimo

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